- Lo chalet preferito da Sam Raimi ritorna in un moderno e uruguagio arredamento -

È tarda sera e sono solo in casa.

La luce dello schermo tampona il buio con un soffice alone giallo ocra.

“Stanotte morirete tutti!” Urla il demone alla TV.

Improvvisamente uno sbuffo di vento entra prepotente dalla finestra socchiusa e mi convince ad indossare qualcosa di più pesante oltre a chiudere le ante.
Devo attraversare un tratto del corridoio per prendere un maglione dall’armadio e premo l’interruttore per fuggire via dalle tenebre; ma un fulmineo bagliore mi avvisa che la lampadina è fulminata, costringendomi a camminare ad intuito.
Quasi ad occhi chiusi.
La pupilla si dilata per espandere il campo visivo, l’udito s’ipersensibilizza e l’ansia pervade il mio corpo in un fremito repentino.
Qualsiasi impercettibile suono diventa un frastuono.
Ogni flebile radiazione diventa uno spettacolo pirotecnico.
Alla veneranda età di ventisei anni sono consapevole del fatto che pur non terrorizzandomi, i film dell’orrore mi hanno scosso nell’ipotalamo.
Un rumore ed ho subito paura.

[…]

Quanti si sono ritrovati in questa situazione?

Nell’immaginario collettivo l’orrore ha sempre richiamato le paure più recondite della nostra psiche: molto spesso figlie di traumi infantili. Le insicurezze si amplificano dalle più insignificanti manifestazioni di fenomeni naturali; rendendoci spesso vittime di vere e proprie allucinazioni uditive e visive. E tutto questo mentre siamo soli in casa avvolti dal buio. Coperti dall’oscurità nella quale si cela l’incognito.
L’Io, esteriormente, si trasforma in un involucro, protettore del cuore di tenebra del nostro essere.

Di questi tempi parlare di una pellicola dell’orrore generalista con atmosfere che propongono gli stereotipi degli anni ‘70 è un azzardo; il cinismo dilagante, diffuso soprattutto dai nuovi media, non ha fatto altro che rendere la nuova generazione meno sensibile a quelli che sono i vecchi espedienti narrativi. Il canovaccio dell’horror classico ha così ceduto da diverso tempo il terreno alla spietata mercificazione delle sue atmosfere; in un modus operandi che premia il risultato al botteghino invece di una maggiore vivacità della pellicola in sé. Accantonando così la consapevolezza della sua grande portata sono sorti i vari teen horror con situazioni che definire banali è un eufemismo; ma la semplicità degli script non è un difetto quanto il diventare, in un crescendo d’idiozie, la parodia di se stessi. Fortunatamente non è sempre stato così.

flashback.

1978.
L’Italia sforna pellicole che reinventano il thriller – horror.
Sono gli anni di Ferroni, Fulci, Bava, Argento.
Gli anni del giallo all’italiana.
Gli USA, intanto, si limitano ad ammirarci e sognare: come era già successo per il neorealismo.
Ma la molla per lanciare il mercato dell’horror, le major statunitensi la colgono diversi anni dopo nella venerazione che un giovane diciannovenne ha dei grandi maestri d’Oltreoceano. È Sam Raimi che, radunati gli amici Bruce Campbell e Robert Tapert, scrive, dirige e produce un corto: Within the Woods.
Ma per questo momento storico passa in sordina.

1981.
Dopo aver ottenuto un budget di 350.000 dollari grazie a diversi finanziamenti ed utilizzando il precedente lavoro come prequel, Raimi dirige Evil Dead. La Casa.
È l’anno della svolta.
A poco a poco diventa una pietra miliare.
Perché sdogana lo splatter, inserisce nuovi elementi cinematografici come le shakeycam, create ad hoc per il film.
Ma non solo.
La Casa diventa il primo tassello di una trilogia che scardina l’horror con l’ironia, catapultandolo persino nel fantasy. Artifici utilizzati anche nei suoi successivi lavori televisivi (Xena, Hercules).

flashforward.

2009.
Un corto catastrofico di soli quattro minuti dal titolo “Panic Attack!” fa impazzire il web.
È diretto da Fede Alvarez, giovane regista uruguagio che lo ha realizzato con un fondo economico ridicolo. E così l’interesse ad Hollywood si fa sempre più palpabile. Ma chi contatta il giovane?
Sam Raimi, proprio lui.
Dapprima ha intenzione di realizzare una versione estesa del corto ma per diversi problemi il progetto non va in porto e non volendo lasciar sfuggire l’abilità del ragazzo, gli propone il remake del suo film di culto: la Casa. Nientemeno.
La notizia manda nel caos i fan perché non accettano l’idea di vedere il cult restaurato secondo i dettami della modernità.
Sam è, però, determinato: gli affida soldi, sceneggiatura e regia mentre si ritaglia un ruolo da consulente nella sua casa di produzione, la Ghost House.

2012.
Alvarez insieme all’amico fraterno Rodo Sayaguez completano la stesura; aiutati anche da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno. Insieme si impongono di estrapolare una chiave di lettura dell’originale: la crudeltà.

2013.

Evil Dead.

La Casa è l’Inizio di quel genere d’horror che subdolamente viene messo giù in cantina, accantonato sotto il letto o nascosto quando tuo padre entra in camera per chiederti cosa stai vedendo. È il classico genere che insieme al porno tu neghi da bambino ma poi ti vanti con gli amici perché hai avuto fegato a vederlo. Ecco lo splatter insieme al gore è l’horror degli stomaci forti, di chi vuole un bel turbamento psichico. È la liberazione: il processo di catarsi più violento e perverso che uno spettatore medio può avere. Negli ultimi anni in un telefonato stile narrativo rafforzato da una copiosa pioggia di sangue in CG, questo genere ha lasciato il posto alla più moderna e ridicola violenza fine a se stessa. Da questo, dunque, Alvarez è voluto fuggire via attraverso l’opportunità di riscrivere l’horror per eccellenza. Mia è una ragazza con un passato da tossicodipendente. Il fratello e gli amici, decisi a porre fine alla sua dipendenza, la invitano a trascorrere un periodo nella casa materna tra i boschi; confidando nell’isolamento la migliore strategia. Quando un giorno scoprono l’esistenza di un libro, il Necronomicon – libro dei morti -, in una cantina, iniziano a verificarsi alcuni strani fenomeni. In un primo momento sono etichettati come parto dell’isteria della ragazza ma in seguito diventano ben altro: un orrore inaspettato e feroce. Con una contestualizzazione più realistica, Alvarez, riscrive la storia eliminando il personaggio di Ash; rende i toni più cupi ed evita qualsiasi ironia. Riempie di piccoli omaggi ma taglia fuori il paragone con l’originale. Quindi non chiamatelo Remake, per favore. Nella canonizzazione dell’uso della realtà come pretesto per inserire una storia di possessione, il giovane regista trova il miglior compromesso. Sfruttando uno smodato uso di primi piani e accelerazioni improvvise la pellicola riesce a carpire l’attenzione dello spettatore, immedesimandolo in un sempre più crudo disegno narrativo.
La tossicodipendenza, poi, crea una prima scusa per inserire il contrasto tra i protagonisti e l’alienazione di Mia ed anche nella seconda parte, quando i fenomeni paranormali si fanno sempre più evidenti, lo scetticismo continua ad essere presente in uno dei personaggi, come repulsione dello spettatore medio. L’atto finale regala alcune incongruenze ma tutto sommato colpisce per la suggestiva fotografia e l’utilizzo di un make up sbalorditivo. Alvarez riesce a rendere l’idea della parabola infernale con un’ottima costruzione nello script, aiutato soprattutto dall’imposizione di una direzione cronologica nella fase di pre – produzione. Grazie all’astuto utilizzo degli effetti sonori che, con l’assenza di una OST pop, rendono ancora più artigiana la lavorazione del film e quasi hitchcockiana, la regia respira di un bel filtro amatoriale.

Non è ironico; ti colpisce nello stomaco.
Ti infastidisce come lo stridere delle unghie su una lavagna.
Doloroso come acqua bollente su un’ustione.

Senza esagerare, sembra di aver visto il punto zero del cinema horror post 2000.
Che sia “l’esorcista” della nostra generazione?
Non lo so ma potrebbe essere un ottimo punto di partenza per l’horror moderno.

[…]

Sento grattare piccole unghie artigliate su una grata di metallo.
Nel buio capisco che qualcosa cerca di entrare dalla persiana.
Prendo un accendino ed illumino il cammino .
Ad ogni passo il rumore sinistro è sempre più forte.
Il cuore batte perché non saprei cosa fare se fosse un ladro.
Una corrente d’aria spegne la debole luce lasciandomi di nuovo nelle tenebre.
Sono arrivato, intanto.
Le dita tremano ma trovo in uno scatto di adrenalina la forza di accendere la fiamma.
E nella danza della tenda con il vento, scopro che

il coniglio nano di mia sorella cercava di entrare in casa.
Idiozia non è l’unica parola giusta ma la più politicamente corretta al momento.

Sì, per quanto possiamo sforzarci di essere razionali, nell’incognito, saremo sempre dominati dall’irrazionalità della fantasia più spaventosa.

BU!

marcodemitri®

Link blog: ilmondoinfrantumi.blogspot.it

Ironia accantonata?Mi sono fatto delle grasse risate alla visione del film.

#1
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