Andrea Olimpieri, classe 1985, è un disegnatore dal tratto molto peculiare, che sa giocare coi chiaroscuri e con le tecniche di disegno. Era presente al Latina Comics 2015 e, durante la fiera, ho realizzato questa piccola intervista con lui.

Ho conosciuto Andrea quando cercavo materiale per i miei speciali di Batman per il canale ed è stato subito amore a prima vista. Nel Batman Silent Book (un lavoro corale di vari autori italiani impegnati a far parlare le matite per tratteggiare il mondo del Cavaliere Oscuro) ha collaborato con Emanuel Simeoni per la tavola che vedete qui sotto. Come vi dicevo, ho amato subito il suo tratto quando l’ho visto all’opera su suoi lavori e sono felice di averlo incontrato personalmente lo scorso anno durante la prima edizione del Latina Comics. Quest’anno quindi non mi sono fatto scappare l’occasione di intervistarlo.

Ciao Andrea e grazie per questa intervista. Io ho conosciuto il tuo stile di disegno lo scorso anno in occasione del Batman Silent Book e della prima edizione del Latina Comics. Parlaci un po’ della tua formazione e dei tuoi primi anni di studio.

La passione per il disegno è insita in me da sempre, fin da quando, molto piccolo, lavoravo con mio padre. Ho studiato i primi anni a Civitavecchia per poi passare alla Scuola Internazionale di Comics di Roma dove, grazie anche al supporto dei miei insegnanti, ho potuto proseguire nel campo del fumetto fino a farne un vero e proprio lavoro. Ovviamente per tutto quello che riguarda le mie tecniche e i miei studi, la vera formazione è quella del tavolo da disegno, quando ti siedi e lavori costantemente al fumetto.

Il tuo percorso di lavoro ti ha però portato subito a lavorare all’esterno, per realizzare la serie a fumetti True Blood. Com’è stato confrontarsi fin da subito col mercato americano?

Per questo ringrazio il mio insegnante, il grande David Messina, che mi ha dato l’opportunità di lavorare subito all’estero. L’esperienza è stata a dir poco galvanizzante perché appena uscito da scuola ti ritrovi a confrontarti col mercato americano (considerando che vuol dire entrare nel mercato mondiale del fumetto). Quindi c’era tanto entusiasmo ma anche una pressione disumana perché devi dare il massimo per rispettare la fiducia che ti è stata data.

Prima dell’intervista parlavamo delle tue fonti d’ispirazione, quindi quali sono i disegnatori (e non solo) ai quali fai riferimento o che in qualche modo hanno influenzato il tuo approccio al disegno?

Il mio grande amore è Jason Shawn Alexander, un pittore americano, proprio perché ho avuto una formazione artistica classica e pittorica. Si tratta di un disegnatore molto espressionista, si basa sul gesto, sull’istinto, dove la caratteristica principale del personaggio non è il gesto ma il messaggio e la forza espressiva. Gli altri autori che mi fanno impazzire sono quelli che usano una grande quantità di nero, che usano le ombre per conferire forza al loro stile perché sono quelli che sento più vicini al mio modo di disegnare e che cerco di emulare, in un certo senso. Poi ovviamente la mia ricerca procede sempre a ritroso, alla ricerca di quelli che hanno ispirato gli autori che mi piacciono: se lo stile di Alexander è così, da chi ha preso? Su quali autori si è formato?

Passando ai lavori italiani, con Bruno Letizia hai realizzato un progetto dal titolo Le città invisibili. Si tratta di una autoproduzione, quindi magari parlaci di questo tuo lavoro e delle autoproduzioni nel mercato italiano.

Le città invisibili è un progetto nato letteralmente fianco a fianco con Bruno, perché lavoriamo nello stesso studio. Abbiamo cominciato quasi per scherzo a collaborare e a pensare ad un progetto da realizzare insieme ed alla fine l’abbiamo fatto diventare una realtà. Alla base di Le città invisibili c’era la volontà, la necessità di Bruno di raccontare degli avvenimenti che gli sono accaduti nella sua vita, per poi spostarci nel raccontare il fantastico. Da parte sua c’era la voglia di rompere determinati schemi narrativi, non con la volontà di dimostrare di essere un genio, bensì dimostrare che raccontare non vuol dire usare solo e soltanto un tipo di narrazione, cercando di superare quei paletti che ci sono nel mondo del fumetto (ma anche nella vita reale). Quindi abbiamo cominciato a giocare col media fumettistico per cercare di travalicare quella staccionata immaginaria. Per quanto riguarda il mio lavoro e i disegni ho pensato di non utilizzare le solite tecniche e di sperimentare, quindi ho cominciato ad usare di tutto: spugnette, lamette, dita, mani, qualsiasi cosa di molto materico, proprio perché l’idea era quella di raccontare qualcosa di diverso. E, per ricollegarmi alla domanda, credo che questo sia proprio l’intento necessario delle autoproduzioni (nel nostro caso la Villain Comics). Le cosiddette “major” non rischiano, perché hanno dei budget economici che non possono permettersi di rischiare, mentre l’autoproduzione non ha questi limiti, è libera, pur avendo ovviamente dei costi. La mia speranza è quella che questo mercato resti sempre così perché ci permette di leggere prodotti inaspettati.

Prima di lasciarti libero Andrea, ci sono progetti futuri su cui stai lavorando? Magari proprio Oltreoceano?

(ride) Sì in America ci sto tornando, per progetti che riguardano anche il mondo dei videogiochi, soprattutto perché adesso sto scoprendo il mondo del disegno digitale, poi magari in futuro tornerò nuovamente al pittorico. Il digitale all’inizio è stata quasi un’esigenza dovuta anche dallo spazio limitato nello studio nel quale lavoro, quindi abbiamo deciso di provare con la tavoletta, che trovo un meraviglioso strumento. Proprio quello che ti dicevo prima: lo strumento ti vizia a fare determinate cose, adesso ad esempio come character design, studio dei personaggi, eccetera. Poi c’è un altro progetto, ma su questo non posso sbottonarmi.

Grazie Andrea. Io intanto ho visto che hai portato qui in fiera una stampa del meraviglioso Thor che hai pubblicato recentemente su Facebook e sappi che te lo ruberò.

Grazie a te per l’intervista.

Ovviamente Andrea è stato gentilissimo e mi ha regalato una delle stampe col Thor che vedete nell’immagine in fondo alla pagina. Per questa intervista è tutto, noi ci rileggiamo prossimamente.

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