TWR la (psico)analisi di True Detective, capolavoro TV del 2014

Partiamo dalla fine: True Detective è un gioiello. Difficilmente in questo 2014 vedremo un esordio televisivo migliore.
Da quando ho dato il mio doloroso addio ad Heisenberg, infatti, non vedevo un programma TV che riuscisse a suscitarmi un simile entusiasmo. Anche se, a onor del vero, House of Cards ed Hannibal meritano una menzione d’onore.
– Quanto ti piace fare i paragoni, saputello? Che cos’è ‘True Detective’? Un bel procedurale alla CSI/Criminal Minds/NCIS/Law&Order? –
Assolutamente no. Niente CSI, RIS, ne’ tantomeno CIS viaggiare informati.  

True Detective è una serie HBO di otto episodi realizzata da tale Nic Pizzolatto, un romanziere lanciatosi nel mondo delle produzioni televisive. E sappilo, Nic Pizzolatto, qualunque cosa tu produrrai da oggi in poi, anche se dovesse trattarsi di un documentario di 4 ore sul neorealismo uzbeko, io la guarderò. Io, da oggi, sono un tuo fanboy.
L’ennesima riprova della tua grande obiettività: facili entusiasmi o critiche feroci. Sei un deficiente.
E’ vero, facile entusiamo, gridavo al capolavoro già dopo un episodio. Ma c’è un particolare: ho (e avevo) ragione. Perché è evidente già alla prima occhiata che siamo di fronte ad una produzione ampiamente sopra la media.
In una parola: figata. 

True Detective è una serie antologica: ogni stagione avrà come protagonisti due poliziotti/investigatori diversi alle prese con un nuovo caso. Il che rappresenta già un enorme punto a favore del serial di Pizzolatto: niente stiracchiamenti di anni per sfruttare gli ascolti (vedi il pur ottimo Homeland, che si sta protraendo ben oltre quella che avrebbe dovuto essere la sua chiusura naturale).
Ovviamente HBO che – come Galbani – fa le cose per bene, è partita con un casting di livello ed ha fatto il botto: i primi due detective sono Matthew McCounaghey e Woody Harrelson.
In due parole: figata e figata. 

Ma, prima di andare a parlare più nel dettaglio (ma senza spoiler, tranquilli) di True Detective, SIGLA!

“From the dusty mesa, her looming shadow groooows”

Ancora una volta: figata.

Bene, ora che ci siamo calati nell’etereo clima della Louisiana, vediamo di capire perché True Detective è imperdibile.  

La serie segue l’indagine di due poliziotti, Rustin Cohle (Matthew McCounaghey) e Marty Hart (Woody Harrelson), attraverso un periodo di quasi vent’anni, dal 1995 al 2012. Omicidi disturbanti, personaggi ambigui, richiami al voodoo ed alla magia nera (siamo sempre in Louisiana), con citazioni dei racconti di Robert W. Chambers come Il Re in Giallo (1895) che, dopo True Detective, è balzato nella top10 bestseller list di amazon lo scorso febbraio.
A colpire da subito nel segno, oltre ai protagonisti, sono i luoghi: un’atmosfera ottimamente realizzata e dei paesaggi che sembrano cristallizzati nel tempo. Per dirla alla Rust: “Questo posto è come il ricordo di una città, un ricordo che sta svanendo.” 

La sceneggiatura propone quasi sempre una narrazione su due piani temporali, risultando molto ben armonizzata e fluida. E, a dare un senso di continuità ed omogenità, contribuisce un’altra scelta inusuale per l’universo televisivo USA, quella di affidare l’intera serie ad un unico regista: Cary Joji Fukunaga (premiato al Sundance Film Festival nel 2009 per il film Sin Nombre). Fukunaga si dimostra maestro dello storytelling per immagini ed impreziosisce la serie con virtuosismi come lo straordinario piano sequenza di 6 minuti che chiude il quarto episodio:

Figata con punto esclamativo: Figata!

Naturalmente grande merito della buona riuscita di True Detective, come anticipavo qualche riga più su, va ai due protagonisti.
Ho sempre reputato Matthew McCounaghey un attore da commediuola romantica, belloccio e con poche doti recitative. Sbagliavo.
Lo straordinario avvio di 2014 cancella con un colpo di spugna il ricordo dello scialbo attore di Come Farsi Lasciare in 10 Giorni, per lasciare spazio all’immagine di un grande interprete meritatamente vincitore del premio Oscar.

Il texano si dimostra versatile, intenso e straordinario. Già dopo aver visto il primo episodio di True Detective (in special modo vedendo il Rust invecchiato del 2012) mi sono dovuto ricredere. Convinzione che si è rafforzata con il suo geniale cameo in The Wolf of Wall Street e, infine, con la magistrale interpretazione in Dallas Buyers Club che gli è valsa il riconoscimento dell’Academy.
Leo è un grandissimo, l’Accademy lo boicotta! Oscar a Leo! Oscar a Leo! Oscar a Leo!
Diciamoci la verità, chiunque sia dotato di un minimo di obiettività (e tu, fanboy di Di Caprio, non lo sei) non può non ammetterlo: quest’anno tra lui e Leo non c’era confronto. McCounaghey è stato parecchie spanne superiore. Già di fronte al suo cameo in “The Wolf” Di Caprio si faceva piccolo piccolo.

Il Detective Rust Cohle, interpretato da McCounaghey è un personaggio profondo, enigmatico e con una rigida morale. Una caratterizzazione eccellente.

Ma se McCounaghey è straordinario, Woody Harrelson è comunque bravissimo. Il suo Marty Hart è un personaggio più semplice, si avvicina al classico stereotipo del poliziotto americano di cinema e TV lasciando intravedere una bontà di fondo ed una profonda stima (oltre che un certo grado di timore) nei confronti del collega. Marty è un borghese che cerca scappatoie dalla routine familiare diametralmente opposto rispetto a Rust. Da questa loro profonda diversità vengono fuori dialoghi memorabili che giovano a far comprendere ancor meglio la complessa filosofia di vita di Rust.
Strepitosa in tal senso la sua dissertazione sulla vita vista come “un cerchio piatto”.
Che si riferisca proprio al suo rapporto con Woody Harrelson? 

Una storia avvincente, atmosfere potenti ed evocative, un comparto tecnico e recitativo di prim’ordine e due personaggi a cui vi affezionerete e che vi dispiacerà abbandonare dopo soli otto episodi.

Per questi e molti altri motivi, True Detective è una figata un capolavoro. Fatevi un favore: guardatelo.

All hail the new kings!

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